CIRCOLO SCACCHI "G. GRECO" - CECINA

CLARICE BENINI

La malinconica esistenza di una grande campionessa

CLARICE BENINI

Omaggio alla Campionessa di Scacchi

di Alessandra Innocenti e Lorenzo Barsi

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Il più forte scacchista italiano di tutti i tempi, quello che ha raccolto i migliori risultati internazionali, è stata quella signora dall'aria simpatica che vediamo nella foto qui in alto. Ma Clarice Benini non sarà mai una signora, «una con tutte stelle nella vita». Non sarà mai una maritata dama con la pelle di giglio. Lei sarà, sempre e per tutti, la signorina Benini, una lunatica e sobria zitella adusa a svagarsi, nei pochi scampoli del tempo libero, al Circolo degli Scacchi, unica donna fra tutti uomini. Nata a Firenze l'8 gennaio 1905, Clarice non conobbe mai il lato in fiore della vita: già a quindici anni si ritrovò orfana di padre, il valente amateur Giuseppe Benini (1854-1920), spirato nella marina Viareggio, dov'era impegnato in un torneo triangolare di scacchi.

È facile comprendere quali vuoti, dalla morte del genitore in poi, abbiano riempito gli scacchi nell'esistenza di quella timida e spigolosa ragazzina toscana, cui rimase in eredità la gran passione paterna per l'astruso nobil giuoco, e per maggior conforto l'affetto e la tutela degli amici scacchisti di lui, cui su tutti spiccava il marchese Stefano Rosselli del Turco (1877-1947).

Tutto iniziò per gioco, dunque, e nulla sarebbe trapelato dall'anonimato di una vita in seconda fila, se proprio gli scacchi non avessero veicolato, quali unico tramite, il tumulto di passioni e di sentimenti che si agitavano dietro l'abito grigio e dimesso delle sue sembianze.

C'era qualcosa, infatti, nel modo in cui quella giovane donna giocava a scacchi, che nulla aveva di comune né di ordinario. Il suo gioco irradiava un talento di rarissimo pregio, come un fremito di muscoli snelli, che si esprimeva soprattutto in fase d'attacco, sempre in bilico fra avventura e pericolo. Clarice conduceva la caccia al Re con eccezionali creatività e violenza, e quando le riusciva di indirizzare la partita su quel terreno erano davvero in pochi a poterle resistere.

Nulla sarebbe mai trapelato nemmeno dopo la sua fulminante performance al Semmering nel 1936, piovuta dal nulla, ma pur sempre in un folcloristico Torneo di Signore. Ci sarebbe voluto ancora un anno, affinché l'A.S.I. (Associazione Scacchistica Italiana) avallasse il concorso della trentaduenne Clarice al torneo di Campionato del Mondo femminile del 1937 a Stoccolma. Si trattò di una partecipazione in sordina, di contorno a quella assai più attesa dei camerati maschi alla concomitante Olimpiade, e perorata dall'illuminato Rosselli per la sua sventurata protetta. Certo, nessuno avrebbe potuto prevedere che da Stoccolma sarebbe stata proprio lei a tornare in trionfo e a fare incetta di medaglie, mentre un gelido silenzio fascista si sarebbe dovuto stendere sull'opaca prova dei valenti camerati.

C'è una fotografia, in particolare, che fissa quel momento irripetibile. Vi si riconoscono due donne: Vera Menchik, l'imbattibile e giunonica balia slava, e una giovane esile donna, assai compresa e composta, che le sta di fronte come una lince. Persino nello scontro diretto, infatti, l'invitta Vera tremò come una foglia sotto il fuoco di un assalto essenziale e furibondo, e se la cavò solo grazie alla precipitazione della Benini. Il secondo posto in quel torneo cadde come un macigno sull'elmo di Scipio. Era la prima volta dopo secoli che qualcuno incarnava la celebrata scuola italiana, solo che si trattava di una donna. Che fare? L'Italietta del Duce si adoperò alla bell'e meglio per lustrare l'inatteso patrimonio, e per la prima volta furono organizzati dei Campionati Italiani femminili, che ad onor del vero rimarranno gli unici sino al 1973. Ma per la verità erano anni duri e bui: la nazione precipitava a rotoli nella catastrofe, e già due anni dopo né uomini né donne poterono salpare per Buenos Aires, dove si disputavano Olimpiade maschile e Campionato del Mondo femminile. Il vulcano si estinse così nella catastrofe bellica, morale e civile che frantumò l'Italia. Quando l'incubo ebbe fine, Clarice non era più giovane né stabile: era solo una dei troppi che dovevano inventarsi un futuro e sbarcare il lunario. Il suo essere donna, poi, non le semplificò la vita.

Tredici anni dopo Clarice ritenne di riscattarsi partecipando all'ultimo torneo «comune» per il Campionato del Mondo femminile. Un viaggio estenuante la condusse in una Mosca polare - 32° sotto zero! - dove erano convenute le più forti scacchiste del mondo. Sepolta la Menchik nel '44 (dalle bombe dei nazisti) non c'era nessun dubbio sul fatto che il torneo sarebbe stato appannaggio delle quattro iscritte sovietiche. E così fu. L'italiana che si affacciò nella bianca città dell'Est non assomigliava più in nulla alla giovane donna che aveva infiammato la siderale Svezia. Clarice era ormai da anni fuori esercizio. Giunse a Mosca a sue spese, in tutti i sensi, giacché i suoi datori di lavoro non le concessero mai il permesso di recarsi oltre cortina, in quell'emisfero appena scomunicato dalla Chiesa di Roma. Di allenamento nemmeno a parlarne. Clarice si espresse senza continuità, perse molte partite. Fu tuttavia la sola che impressionò, per forza di gioco, l'intellighenzia scacchistica sovietica - per esempio Bronstein e Ragozin - i quali ancora anni dopo la ricorderanno con ammirazione e sorpresa. In effetti Clarice fu, fra le occidentali, la sola che giocò a viso aperto con le sovietiche, contro le quali conseguì due punti e mezzo su quattro. Ai campioni sovietici fu chiaro che se fosse stata ben preparata quell'italiana sarebbe stata irrefrenabile. Destò enorme sensazione, in particolare, la sua vittoria con la francese Chaudé, che a buon titolo fece il giro del mondo: lì la Benini evocò come per magia i suoi ormai lontani trent'anni, e dopo aver sacrificato la Regina per due Figure incuneò il Re nel cuore delle retrovie avversarie fino al matto!

Il resto, da allora in poi, sarà tranquilla routine in una vita minima. Beninteso, routine di alto livello in ambito femminile, con numerosi tornei vinti, ma nulla di più. Ormai solo gli anni potevano passare, e di treni alla sua stazione non se ne sarebbero fermati più.

La Benini raggiunse ancora altri lusinghieri risultati nei tornei internazionali femminili di Abbazia (1953-54) dove si piazzò seconda con 13,5 punti su 17, di Gardone (1956) che la vide imbattuta al primo posto e di Amsterdam (1957) ancora prima ed imbattuta. Nella sua carriera Clarice partecipò dignitosamente, oltre a quelli femminili già citati, anche ai Campionati italiani assoluti. La Benini continuò a giocare presso il Circolo Scacchistico Fiorentino per qualche anno ancora, poi abbandonò l'attività agonistica per una malattia agli occhi, a metà degli anni Sessanta. Ormai anziana, Clarice si trasferì in campagna abbandonando la sua casa in via San Gallo. Possedeva infatti una piccola abitazione a Borgo Nuovo, alle porte di Poggio a Vico (Rufina), abitazione che fino ad allora le era stata custodita senza pigione da un contadino. Sarà quest’ultimo a farle pagare l’estremo pegno al “nero” della sua esistenza: è il 6 settembre 1976: colto da un raptus di follia per la “perdita dell’abitazione”, il colono massacrerà a coltellate prima la moglie e i figli e quindi rivolgerà l’arma contro colei che resta, per i risultati raggiunti ed il suo gioco aggressivo e brillante, la più forte giocatrice italiana di tutti i tempi e tra le migliori dell' Europa Occidentale.