CIRCOLO SCACCHI "G. GRECO" - CECINA

L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO NEGLI SCACCHI

di Alessandro Balossini

1600: la scuola degli italiani e degli spagnoli

 

Nel diciassettesimo secolo vengono pubblicati importanti trattati: lo spagnolo Lucena cura un vero e proprio testo di repertorio ed è proprio con lui che comincia una prima teorizzazione delle aperture. In seguito lo spagnolo Ruy Lopez e gli italiani Greco, Salvio, Damiano, Puttino e Boi arricchirono l'opera di Lucena arrivando a classificare diverse aperture: la difesa francese, la difesa siciliana, la partita spagnola, il giuoco piano, il gambetto di donna, il fianchetto di re e quello di donna. Probabilmente si conoscevano anche altri impianti ma questi erano quelli che andavano per la maggiore. Un altro testo molto importante è quello di Greco: pubblicato nel 1621, il libro raccoglieva le sue migliori scoperte in apertura. L'opera di Greco è molto importante per capire come venivano concepiti gli scacchi a quei tempi: l'attenzione era rivolta esclusivamente all'attacco al re e alle trappole per chiudere la partita il prima possibile... il problema della difesa nemmeno se lo ponevano ed il valore dei pezzi veniva totalmente ignorato! Grazie a questa enorme attenzione all'attacco al re, anche il finale venne visto sotto una nuova luce e Carrera in quegli anni pubblicherà una raccolta di finali artistici davvero interessanti. Eccone uno:

 

Combinazione di Mendheim

Il bianco matta in 4 mosse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.Tf8+ Axf8

2.Dg8+ Rxg8

3.Cf6+ Rh8

4.Txh7#

 

 

Philidor e l'instaurazione della teoria

Dopo le idee della scuola fondata da italiani e spagnoli nel '600, la teoria scacchistica non fece ulteriori progressi per quasi due secoli. Mancavano tornei e soprattutto nuovi giocatori di enorme talento che scoprissero nuove idee sulla scacchiera. Bisogna aspettare il 1748, l'anno della pubblicazione de "L'analyse du jeu des Echecs", il primo vero e proprio testo teorico ad opera di François André Danican detto Philidor. In questo libro il genio francese riassunse tutte le sue sensazionali scoperte, risvegliando l'interesse dei teorici di tutta europa. Con quest'opera venne ufficialmente instaurata la teoria e l'analisi delle partite assunse un'importanza enorme, cosa che permise di scoprire nuovi enunciati teorici e di mettere alla prova, verificandole nella pratica, le vecche concezioni. Il merito principale di Philidor è proprio quello di aver inaugurato la tradizione della teoria analitica, fino ad allora estremamente sottovalutata. Fu anche il primo giocatore a fare degli scacchi una professione.

 

La forza dei pedoni

Un grande contributo che Philidor diede alla teoria scacchistica furono le sue idee sui pedoni. Secondo lui un attacco poteva essere portato a termine con una stretta cooperazione tra la catena di pedoni ed i pezzi leggeri e pesanti, che dovevano appoggiarli e sostenerli.

Di seguito vi riporto i tre postulati di Philidor sui pedoni, per capire meglio la sua considerazione riguardo questi pezzi:

 

1) Quando rimangono molti pezzi sulla scacchiera, risulteranno "deboli" i pedoni molto avanzati, cioè correranno il rischio di cadere in mano al nemico se non si trovano potentemente appoggiati dalla retroguardia.

2) Se si possiede il centro, cioè se abbiamo due pedoni, uno in d4 e l'altro in e4, essi non dovranno essere spinti, se non per gravi motivi, prima che l'avversario abbia proposto di cambiare uno dei suoi pedoni con un altro dei nostri. In tal caso va evitato il cambio spingendo il pedone attaccato.

3) L'attacco è decisivo, anche contro posizioni molto forti che in altro modo sarebbero espugnabili, se si invia sul campo del nemico, per distruggere la linea dei suoi pedoni o quanto meno per romperla, una catena di pedoni ben appoggiata dai pezzi, ai quali serva da protezione.

 

Ovviamente queste regole non sono applicabili in maniera sistematica: sappiamo tutti che bisogna sempre valutare la posizione corrente e che gli scacchi non possono essere inquadrati con una serie di regolette da imparare a memoria. Tuttavia i postulati sui pedoni e le sue scoperte sul mediogioco e sul finale hanno avuto un gran valore, rendendo Philidor il precursore della scuola posizionale inaugurata da Steinitz un secolo e mezzo dopo.

 

La scuola romantica

Prima di parlare delle idee della scuola romantica bisogna fare alcune brevi considerazioni su come venivano visti gli scacchi prima del 1800. Le idee degli spagnoli e degli italiani avevano ancora un grosso peso nella valutazione della posizione; Philidor completò l'opera capendo il valore dei pedoni ma aveva erroneamente instaurato regole ferree che non ammettevano eccezioni. Agli occhi dei suoi contemporanei sembrava infatti che gli scacchi avessero detto ormai tutto quello che potevano dire. Niente di più lontano dalla verità: due forti scacchisti, Labourdonnais e Mac Donnel, attirarono l'interesse di tutti i giocatori con i loro memorabili incontri caratterizzati da un gioco brillante, originale e creativo. Grazie a loro crollarono molti pregiudizi e si fece strada un nuovo modo di intendere il gioco che ebbe numerosi seguaci: Anderssen, Zukertort, Blackburne, Winawer e tanti altri. Il sacrificio e la combinazione divennero le uniche armi a disposizione per vincere una partita e la fantasia prese il sopravvento sui vecchi, rigidi, dettami. Le idee di Philidor sembravano vacillare di fronte a scacchisti pronti a sacrificare i loro pezzi contro le catene pedonali avversarie per aprirsi una breccia e assaltare il re avversario. In sostanza il grosso pregio della scuola romantica è stato quello di mischiare nuovamente le carte in tavola, di rivedere tutte le vecchie regole alla luce delle loro scoperte. Tuttavia l'amore estremo per il sacrificio fu anche un grande difetto che causò il declino della loro scuola: come fece notare Steinitz anni dopo non si giocava per vincere ma per creare sacrifici sempre più spettacolari. Negli anni successivi la scuola posizionale di Steinitz "vinse" quella romantica dimostrando che negli scacchi contano anche altri fattori, primo tra tutti la logica. In ogni caso del periodo romantico ci restano partite indimenticabili e divertenti. (Come ad esempio la cosiddetta “Immortale” :

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paul Morphy: l'importanza dello sviluppo

Paul Morphy è stato un grande campione americano che storicamente può essere considerato il ponte tra l'epoca antica e quella moderna degli scacchi. Fu grazie a lui che l'idea romantica del gioco fu abbandonata in favore di una nuova concezione degli scacchi che ha poi dato vita alla scuola posizionale di Steinitz. Inizialmente Morphy divenne famoso per le sue eccezionali combinazioni, ma ben presto si notò una differenza stilistica rispetto alle combinazioni dei giocatori del periodo precedente. E' Capablanca che meglio di chiunque altro ha descritto lo stile di questo fenomenale giocatore: "Contrariamente all'opinione comune, frutto dell'ignoranza, la forza principale di Morphy non risiedeva nel suo potere combinativo, ma nel suo gioco posizionale e nel suo stile generale, poichè nella maggioranza delle partite dei suoi grandi match Morphy vinse in maniera semplice e diretta, ed è in questo potere semplice e logico che consiste la vera bellezza del suo gioco, esaminato dal punto di vista dei Grandi Maestri". Morphy aveva introdotto un nuovo principio: lo sviluppo. Egli sosteneva che nella fase iniziale della partita bisogna portare in gioco il più velocemente possibile i propri pezzi in modo tale da poter raggiungere una posizione comoda e solo in seguito pensare ad un piano d'attacco. Inoltre fu il primo a capire la differenza strategica tra le mosse d'apertura e2-e4 e d2-d4 (ricordo che precedentemente il gambetto di donna veniva interpretato allo stesso modo del gambetto di re), analizzò le differenze tra posizioni chiuse ed aperte e formulò un primo concetto di centro sottolineando l'importanza dello sviluppo delle proprie forze verso questa zona della scacchiera.

 

 

La scuola posizionale di Steinitz

Steinitz ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del nostro gioco. Con lui si chiude un'epoca e se ne apre un'altra, grazie ai principi posizionali che ha elaborato e sostenuto con forte convinzione durante tutta la sua vita. In realtà fu Morphy il primo a scoprire alcuni importanti principi posizionali, ma il suo gioco non fu compreso dai contemporanei che ne lodavano solamente l'aspetto combinativo. A quei tempi la teoria era importante, ma non aveva ancora divenuta fondamentale. Si credeva anche che le uniche fasi regolate da leggi generali fossero l'apertura e il finale: nel mediogioco contavano esclusivamente le capacità artistiche dei giocatori. Steinitz si formò scacchisticamente in questo ambiente diventando famoso in tutto il mondo per il suo gioco fantasioso e creativo, ma presto il suo stile mutò radicalmente al punto da far fatica a credere che si tratta dello stesso giocatore! Per le sue idee, Steinitz fu criticato aspramente dai suoi contemporanei, che lo accusavano di aver rovinato il gioco e ucciso il lato artistico degli scacchi. In realtà oggi sappiamo che non è così (la fantasia deve essere "frenata" dalla logica e dal calcolo concreto) ma a quei tempi la situazione era ben diversa. Steinitz non credeva nei "botti di capodanno". Egli sosteneva che l'obiettivo immediato della lotta non era lanciarsi in un'offensiva sanguinaria contro il re nemico, bensì sviluppare correttamente e con coerenza i propri pezzi, andando alla ricerca di una sicurezza posizionale che permettesse di organizzare un piano a lungo termine senza correre alcun rischio a causa di mosse poco precise. Per capire meglio le idee della scuola posizionale vanno letti i suoi postulati strategici:

Uso esclusivo del gioco chiuso: aprire le linee favorisce chi è meglio sviluppato e il bianco può trarne maggior vantaggio.

Evitare sacrifici e mosse rischiose.

Evitare la semplificazione dei pezzi se non si può ottenere un chiaro vantaggio dallo scambio.

•Utilizzo esclusivo di attacchi lenti, preparati con molta calma.

Per quanto riguarda la tattica Steinitz sosteneva che bisogna creare piccole debolezze nello schieramento avversario per poi sfruttarle in un secondo momento ottenendo così un vantaggio tangibile. Si deve inoltre prestare maggior attenzione agli attacchi in zone lontane dal re nemico dal momento che l'arrocco, unito ai pezzi leggeri e pesanti, avrebbe difeso a dovere il proprio monarca.

 

Il fallimento della scuola posizionale

Parlare di "fallimento" è un tantino esagerato perchè in fondo Steinitz e soci hanno cambiato radicalmente volto agli scacchi. E' giunto però il momento di muovere alcune critiche verso le idee della scuola posizionale, che di fatto ne hanno segnato la fine. L'errore fondamentale di Steinitz è stato quello di ridurre gli scacchi a semplici regole (ricordo che la scuola di Philidor è morta proprio perchè poi i romantici ne hanno scardinato i principi). Gli scacchi non possono essere ridotti alla sola scienza: se è vero che le idee romantiche snaturarono gli scacchi al punto tale da ridurli a puro azzardo, le idee posizionali di Steinitz non diedero prospettive migliori. Tutti volevano imitare lo stile di Steinitz e in quegli anni nei circoli si cercava il suo gioco lento e calmo con il risultato di averci lasciato partite di torneo "sciape" e mediocri, poco combattive e senza manifestazioni artistiche. Negli scacchi, come nelle altre arti, la troppa tecnica molto spesso uccide la creatività. La scuola posizionale ha postulato delle buone idee, ma l'eccessiva rigidità con la quale venivano interpetate si trasformò ben presto in una "lezione di passività" come l'ha definita il grande Alexander Alekhine. I maestri del tempo tendevano ad aspettare l'errore avversario: non vincevano grazie a particolari doti creative, con il risultato che un'enorme quantità di partite terminavano con la patta. In ogni caso Steinitz tracciò un nuovo sentiero che venne poi percorso da un altro grande innovatore, Emanuel Lasker, che di fatto creò un nuovo sistema.

 

Psicologia della lotta: Emanuel Lasker

In realtà per quanto riguarda Lasker non si può parlare di una vera e propria scuola intesa in senso tradizionale: le sue teorie non possono avere un gran numero di sostenitori a causa della loro natura personale, filosofica e psicologica. Lasker non era solo un forte giocatore: può essere considerato un vero e proprio filosofo della scacchiera. E' stato il primo scacchista nella storia a dare un'importanza centrale alla psicologia della lotta. Prima di ogni incontro studiava le partite dei suoi avversari, scoprendo i loro punti deboli per poi sfruttarli in partita. Così ad esempio se un suo avversario adorava una particolare difesa perchè la considerava solida e sicura, Lasker non esitava ad adottarla a sua volta contro quel giocatore in modo tale da metterlo in una condizione psicologica di inferiorità, perchè è difficile demolire un impianto in cui si crede ciecamente. Lo stesso Botvinnik consigliava ai suoi allievi di evitare di giocare contro le proprie aperture preferite proprio per questi motivi. Il pensiero di Lasker comunque non si riduce alla semplice preparazione casalinga: come ha scritto Alexander Alekhine secondo Lasker durante la partita "era necessario unificare le deduzioni analitiche della posizione e dello stato materiale della lotta con il momento psicologico del regista dei pezzi avversari". Lasker credeva a tal punto nella psicologia che non esitava ad entrare in una variante analiticamente sfavorevole se fosse servita ad impedire al suo avversario di analizzare la posizione con la freddezza e la lucidità necessarie per trovare una confutazione.

 

Verso la scuola ipermoderna

Prima di parlare degli ipermoderni (la scuola di pensiero più rilevante dopo quella di Steinitz), occorre presentare due personaggi che, come Lasker, hanno esercitato una grossa influenza sul movimento scacchistico dei loro tempi: Harry Nelson Pillsbury e José Raul Capablanca.

 

 

Vincere grazie alle proprie forze

Harry Nelson Pillsbury è stata una figura importante per gli scacchi. Il suo stile aggressivo e brillante entusiasmò gli americani che lo consideravano l'erede di Paul Morphy.  Pillsbury andò contro lo stile posizionale imperante della sua epoca. Una partita a scacchi non andava vinta aspettando l'errore altrui: al contrario, bisognava vincere l'incontro grazie a mezzi propri. E' importante ricordare che questo formidabile giocatore dallo stile romantico non ignorava le norme posizionali instaurate da Steinitz: esse però non dovevano ostacolare le idee dinamiche dal momento che la sua unica fissazione era quella di irrompere nello schieramento avversario.

 

 

Il gioco naturale di Capablanca

La figura di questo grandissimo giocatore non smette ancora oggi di affascinare tutti gli appassionati del gioco degli scacchi. Lo stile di Capablanca mutò diverse volte nel corso degli anni. Agli inizi della sua carriera il cubano scrisse: "considerando il mio stile negli anni 1906 - 1908, ci furono grandi progressi: nell'apertura acquisii una forza magistrale, per quanto inferiore al dovuto, perché realizzai spesso piani poco efficaci, quando avrei dovuto invece effettuare movimenti semplici e precisi; migliorai nel mediogioco, con combinazioni più profonde ed esatte e giocai i finali con sufficiente precisione raggiungendo quella maestria che distingue ogni maestro di scacchi". Negli ultimi anni Capablanca sintetizzò in poche righe la sua visione del gioco di quel periodo: “lo stile del mio gioco attuale non corrisponde a quello dei miei primi anni. Tendendo alla semplicità, gioco con cautela ed evito ogni rischio. Questo atteggiamento è, secondo me, giusto, perché l'eccesso di audacia è contrario alla natura degli scacchi, che non sono un gioco d’azzardo ma un confronto essenzialmente intellettuale fondato su basi logiche”. Un altro grande campione, Alexander Alekhine, ha descritto meglio di chiunque altro il cambiamento del gioco di Capablanca con il passare del tempo sottolineandone i pregi e i difetti: "col passare degli anni, tese alla semplificazione del gioco, utilizzando mezzi strettamente tecnici, che eliminavano quel vivace spirito manifestato nei tornei di San Sebastian e di San Pietroburgo negli anni 1911 e 1914. In una partita, quando il pensiero matematico lascia il posto alla pura arte, si rivela la virtù che diede a Capablanca una fama quasi leggendaria: il suo giudizio strategico pressoché esatto e la sorprendente rapidità con la quale valuta tatticamente la posizione. Vi sono pericoli psicologici in questa virtù: la capacità di vedere quasi di colpo una serie di circostanze tattiche, esistenti in ogni posizione complessa, produce una tale fiducia in sé stesso da indurlo a credere erroneamente che le mosse ritenute immediatamente buone siano sicuramente le migliori; in questo modo, il suo gioco perde in profondità quel che acquista in agilità. Questa costante che rinuncia a cercare la vera mossa adeguata caratterizzò la sua arte creativa dal 1922 al 1927". Reuben Fine ha definito il suo stile "materialistico": in genere il cubano guadagnava un piccolo vantaggio di materiale (bastava anche un solo pedone) e poi, grazie alla sua superba tecnica, tendeva a semplificare la posizione chiudendo la partita in un finale superiore. Va ricordato però che Capablanca non giocava appositamente per entrare in finale: considerava la scacchiera un vero e proprio "organismo vivente". Era fortemente convinto della superiore forza della logica; giocava sempre la mossa più semplice e naturale che venisse incontro alle esigenze della posizione. Sembra che non abbia mai attraversato una vera e propria fase romantica, tipica di ogni giovane.

 

 

La scuola ipermoderna: il periodo eclettico degli scacchi

"Gli scacchi del nostro tempo non sono né classici,

né romantici, né dinamici, né posizionali;

ma sono tutte queste cose insieme;

riuniscono tutti i pregi delle passate scuole,

eludendo gli assiomi e le affermazioni di ciascuna."

 

Alexander Alekhine, Gli scacchi ipermoderni.

 

 

Con la scuola ipermoderna si entra nell'era moderna degli scacchi. Molte delle idee dei grandi giocatori appartenenti a questa scuola come Richard Rèti, Alexander Alekhine, Aaron Nimzowitsch o Savielly Tartakower sono valide ancora oggi e le opere da loro prodotte vengono studiate dagli scacchisti di tutto il mondo.

 

 

Il contributo teorico degli ipermoderni

Inizialmente la scuola eclettica rifiutò le mosse di routine 1.e4 e 1.d4: secondo gli ipermoderni queste due mosse svelano troppo precocemente gli intenti del primo giocatore e ne comprometterebbero inutilmente la posizione. Meglio rimanere flessibili grazie a mosse come 1.Cf3, riservandosi in seguito la scelta di dove e quando spingere un pedone centrale. Ovviamente la battaglia per il centro non perse la sua importanza: si sostenne però che nelle prime fasi di gioco era meglio controllarlo piuttosto che occuparlo. Non se la passarono bene nemmeno le simmetriche 1...e5 e 1...d5, condannate da Rèti perchè offrono all'avversario un chiaro obiettivo d'attacco. Le aperture più interessanti nate in questo periodo sono la partita Rèti, la difesa Alekhine e l'indiana di Grunfeld, ancora oggi giocate praticamente ovunque, dal circolo sotto casa ai grandi super-tornei.

Per la prima volta nella storia si è cominciato a guardare esclusivamente la posizione corrente. Ciò che in quel periodo (ma ancora oggi è così) contò più di ogni altra cosa era il piano: ogni mossa doveva soddisfare un piano generale, così per esempio alcune vecchie regole come "non muovere più volte lo stesso pezzo in apertura" vennero praticamente disprezzate. Un'altra vecchia concezione che crollò fu la distinzione tra gioco posizionale e tattico. Per la prima volta nella storia non venne fatta alcuna distinzione tra questi due aspetti del gioco: d'altronde se si cerca a tutti i costi la flessibilità si deve esser capaci ad affrontare qualsiasi posizione, da quelle chiuse che richiedono precise manovre posizionali, a quelle aperte dove la tattica e i seguiti forzanti hanno un ruolo fondamentale.

 Adolf Anderssen vs Lionel Kieseritzky , Londra,  21 Giugno 1851